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Sottolineano la crudeltà degli Stati Uniti verso Oscar Lopez Rivera

Il prestigioso oncologo portoricano Fernando Cabanillas, uno degli artefici della campagna internazionale per la liberazione del prigioniero politico Oscar Lopez Rivera, sottolineò oggi la crudeltà delle autorità federali statunitensi. 

 
“Durante il suo angoscioso e disumano incarceramento, il carattere di Oscar fu modellato per 12 lunghi anni di privazione sensoriale in solitario e 23 anni addizionali durante i quali non gli permisero di assistere al funerale di sua madre”, commentò il medico sul lottatore indipendentista che arrivò ieri a Porto Rico, dopo uscire dalla prigione statunitense di Terre Haute, nell’Indiana.
 
Disse che la meta finale della punizione era l’uccisione dello spirito, disse Lopez Rivera assicurando però che “anche il mio spirito resusciterà se i carcerieri riescono ad ucciderlo... la mia certezza radica nella convinzione profonda che sto sostenendo una causa giusta e nobile, oltre a dedicare tutta la mia vita per la libertà della patria”. 
 
Cabanillas sottolinea che Lopez Rivera non è dovuto resuscitare perché i suoi carcerieri fallirono non sapendo considerare che dietro questa persona non alta e che pesa 68 chili si nasconde un gigante nello spirito e nella resistenza. 
 
“Oscar si impone al di sopra di tutti gli ardui sforzi da parte dei suoi carcerieri di annichilire la sua volontà che ogni giorno risorge più forte; già tutti possiamo cominciare a celebrare il ritorno del nostro eroe nazionale”, sostenne il medico in un articolo con la sua firma pubblicato nel quotidiano nazionale El Nuevo Dia. 
 
Considerò che se i federali non avessero imposto la continuazione della sua reclusione a Porto Rico, dove dovette arrivare mantenendo un basso profilo, “un popolo completamente unito che ha reclamato il suo ritorno da anni, gli avrebbe voluto offrire un ricevimento degno di un vincitore”. 
 
Ha osservato che benché finalmente la tortura finisse per Oscar, i federali decisero che ora il supplizio e l'angoscia li avrebbero spostati verso i portoricani. 
 
“Non ci permisero, non diciamo un'intervista, ma neanche una foto con il volto del vincitore per diletto di una nazione che per tanto tempo ha anelato questo momento tanto carico di emozione; non mi dicano che questa non è crudeltà!”, ha insistito il medico. 
 
Cabanillas considerò come un'altra questione incomprensibile che Oscar debba vivere agli arresti domiciliari nell'appartamento di sua figlia con la scusa che questi tre mesi saranno una transizione verso la vita fuori dal carcere. 
 
“Perché una persona che ha già casa ed un lavoro assicurato deve essere rinchiuso in un appartamento per tre mesi? Come può questo fatto aiutarlo a transitare verso la libertà? Qualcuno può spiegarmi?”, espose. 
 
Lopez Rivera la cui pena per cospirazione sediziosa fu commutata il 17 gennaio da Barack Obama a solo tre giorni di lasciare la presidenza degli Stati Uniti, doveva rimanere imprigionato fino al 17 maggio prossimo, quando si compiono 36 anni dalla sua reclusione per la sua lotta per l'indipendenza di Porto Rico. 
 
Fino a quella data, quando rimarrà libero senza restrizioni, non può avere contatto coi giornalisti ed una delle condizioni imposte è che “deve conservare un profilo molto basso”. 
 
Cabanillas anticipò che quel giorno “questo popolo, con un gran spiegamento di affetto, si incaricherà di indicare ai federali che fallirono nuovamente, questa volta in forma grossolana”. 
 
“Signori federati, non capiscono che i giganti non possono mantenere un profilo basso?”, stabilì il medico, che insieme ad altre figure portoricane, come l'artista plastico Nick Quijano, ha fatto parte della campagna per la scarcerazione di Lopez Rivera. 
 
L'uscita del lottatore indipendentista dalla carcere di Terre Haute prima del prossimo 17 maggio si produsse su sollecito del congressista democratico di origine portoricana Luis Gutierrez, che sollecitò al giudice che lo consegnasse sotto la sua responsabilità, fatto che gli fu concesso lo scorso 31 gennaio e si materializzò dieci giorni dopo. 
 
Il prigioniero politico portoricano, che è stato quello con più anni trascorsi nei carceri degli Stati Uniti, dovette sottomettersi ai giudizi del sistema di prigioni federali, per questo non ha potuto passare per Chicago, come era il suo desiderio, né neanche abbracciare il suo popolo discendendo dall'aeroplano che lo trasportò fino a Porto Rico. 
 
La reazione delle persone che si presentarono all'aeroporto internazionale dell’Isola Verde, nel vicino municipio di Carolina, fu di comprensione ed allegria “perché almeno sera già nella sua patria”. 
 
Nestor Rosa-Marbrell, corrispondente di Prensa Latina a Porto Rico