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I docenti argentini ed uno sciopero che si avvicina

Dopo disaccordi costanti col Governo, i docenti argentini dirigeranno il 6 marzo uno sciopero di 48 ore nella loro lotta per migliori condizioni salariali. 

 
La notizia si stava aspettando e l'avevano annunciata già da settimane. Questa decisione ritarda l'inizio del corso scolastico, previsto per questa stessa data. 
 
Dopo una lunga riunione, ieri, le cinque corporazioni che raggruppa la Confederazione dei Lavoratori dell'Educazione dell'Argentina (Ctera) decisero all'unanimità di fermare i loro lavori dopo disaccordi con la proposta del Governo. 
 
Il governo di Mauricio Macri lasciò nelle mani delle province la definizione dell'incremento salariale dei maestri ed annunciò che solo garantirebbe con la sua assistenza l'attuale stipendio minimo di 9672 pesos (circa 600 dollari). 
 
Nel caso della provincia di Buenos Aires, per esempio, l'offerta del Governo locale fu l'aumento del 18% a pagare in quattro quote del 4,5%, legate all'indice di inflazione, fatto che si diminuisce più o meno a 250 pesos (16 dollari) ogni mese in ogni trimestre, dipendendo dalla carriera docente. 
 
Mentre nella capitale, il ministero della Città a carico di Soledad Acuña offrì appena un 16% di incremento salariale in due quote, la seconda da pagare in ottobre. 
 
Il punto della discordia è, soprattutto, perché varie province reclamano che si torni ad applicare il formato di negoziazione federale per definire il minimo salariale degli educatori a livello del paese e non come si pretende che ogni governo locale lo risolva secondo le sue possibilità. 
 
D’accordo con un comunicato emesso dalla Ctera, davanti alla mancanza di convocazione al convegno nazionale sui salari del settore, ed il rifiuto governativo, hanno deciso estendere lo sciopero per due giorni ed andare anche alla mobilitazione che realizzeranno le maggiori centrali sindacali per “l’educazione ed il lavoro”, il 7 marzo. 
 
Inoltre annunciarono che si sommeranno allo sciopero internazionale delle donne, il giorno dopo, e nella seconda settimana di marzo realizzeranno azioni nelle province con la comunità educativa: classi pubbliche, giornate di diffusione e radio aperte. 
 
In caso che non ci sia una risposta positiva della controparte, hanno sottolineato, si convocherebbe ad un altro sciopero di 48 ore con una marcia fino all'emblematica Plaza de Mayo. 
 
I maestri sono disposti a vincere la loro lotta per un salario degno dal momento che assicurano che oggi quello che riscuotono non raggiunge neanche la quota per pagare il “tarifazo” recente dell'elettricità. 
 
“Noi chiediamo solo al Governo di non continuare a perdere il potere d'acquisto”, dichiarò recentemente al canale C5N il leader del Sindacato Unificatore dei Lavoratori dell'Educazione della provincia di Buenos Aires, Roberto Baradel. 
 
Da parte sua il segretario generale dell'associazione docente Ademys della capitale, Jorge Adaro, qualificò come un insulto l'offerta del governo locale. 
 
“Il salario deve essere unificato a livello nazionale. La responsabilità dell'educazione e delle scuole è nazionale. Non è possibile che ogni governatore paghi quello che voglia”, rimarcò. 
 
“Noi abitiamo nella città più ricca del paese e c'offrono un 16% mentre l'inflazione del 2016 è stata del 41”. “Macri”, disse, “deve occuparsi dell'educazione”. 
 
“Uniamo le scuole, no all'aggiustamento, nessun docente sotto la linea di povertà”, sottolinea uno degli slogan dei lavoratori riuniti nella provincia di Buenos Aires. 
 
Maylin Vidal, corrispondente di Prensa Latina in Argentina