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Rifugiati, il fantasma della nostra epoca, che percorre l'Europa

Parafrasando Carlos Marx e Federico Engels, si potrebbe ripetere oggi che “Un fantasma percorre l’Europa”, benché questa volta non sia il comunismo, bensì l'inarrestabile onda di rifugiati che destabilizza governi e rompe alleanze. 

 
Quando questo flusso attuale è incominciato nell'estate del 2015 e decine di migliaia di iracheni, siriani ed afgani ammucchiati in accampamenti precari in Turchia hanno inondato Grecia - un paese dell'Unione Europea (UE) -, era ovvio che, nell'affanno di arrivare agli stati più ricchi, la chiamata Rotta dei Balcani era quella idonea. 
 
Dalle frontiere nel sud, tanto con Bulgaria come con Macedonia, le lunghe colonne umane, fondamentalmente di uomini giovani, donne e bambini, hanno percorso il territorio della Serbia con l'intenzione di raggiungere Ungheria, nel nord, e di lì Austria, Germania o un altro stato del sognato primo mondo del benessere. 
 
L'UE, in un tentativo di pacificazione, ha cominciato ad inviare  considerabili fondi a Belgrado per la creazione di condizioni ragionevoli di accoglienza e fermare la valanga, una missione impossibile che ha colpito in grande scala Ungheria e dopo, in proporzioni minori, Croazia e Slovenia, sempre del blocco comunitario. 
 
Nessuno era preparato per qualcosa così grande ed un contatto personale con quella realtà a Belgrado, in ottobre del 2015, indicava che la popolazione l'assumeva come qualcosa di esotico, accorrevano alle piazze, parchi e capolinea degli autobus e treni per guardarli con curiosità, dar loro qualcosa da mangiare e giocattoli oziosi per i bambini. 
 
Ma presto sono diventati la cruda realtà, quando le autorità ungheresi hanno deciso di chiudere le frontiere, recintarli, custodirli, pattugliarli ed offrire perfino aiuto con fondi per Serbia per ostacolare il passaggio, fatto che hanno assecondato Croazia e Slovenia. 
 
A ciò si è aggiunto l'inverno che sebbene non è tanto duro in questa geografia è diventato una frusta, data le precarie condizioni di alloggio e la mancanza di preparazione di questi paesi per un fenomeno di tali proporzioni. 
 
Tutto ciò si aggiunto, nel caso preciso della Serbia, alla presenza di migliaia di rifugiati per le guerre derivate della disintegrazione della Iugoslavia negli anni 90 e per il conflitto del Kosovo. 
 
Non ci sono cifre precise, ma tutti sanno che sono stati centinaia di migliaia quelli che sono passati di qui fino ad ora dall'estate del 2015 e, benché il flusso sia diminuito apparentemente, è aumentato negli ultimi due mesi, nonostante lo stretto blocco verso l'ovest. 
 
L'Unione Europea (UE) che, dovuto alla diversità di politiche dei suoi stati membri non è stata capace di gestire minimamente questo tema, si è comportata con somma ipocrisia, soprattutto con le dichiarazioni iniziali di porte aperte della Germania e di altri, che ora non solo tamponano i pochi passaggi legali, ma legiferano duramente. 
 
Questi alti e bassi hanno provocato uno scisma tra gli stati membri, fatto che ha condotto alla ribellione aperta dell'Ungheria, alle minaccie della destra della Germania e della Francia, alle posizioni comuni dei quattro di Visegrad (Slovacchia, Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca) più Austria e alle posizioni xenofobe in influenti movimenti politici. 
 
Ora, il punto di attenzione è ritornato dove si è mantenuto sempre questo esodo, lo stretto mare tra il nord dell'Africa, Spagna ed Italia, seriamente incrementato col caos in Libia, provocato dall'intervento degli Stati Uniti e della NATO, ed altri conflitti nella regione subsahariana. 
 
Chiudere le frontiere non è stata una soluzione, bensì la causa che il problema si vedesse ancora di più e, con ciò, la chiara evidenza che il saccheggio delle potenze coloniali ha effetti da boomerang demolitori, quasi nella stessa proporzione. 
 
Quelli che hanno estratto dai paesi africani, ed ancora lo fanno, non hanno nessun diritto né ragione morale per negare ai rifugiati ed agli emigranti il sogno di ottenere una vita migliore, che non trovano nei loro paesi dovuto all'effetto di “terra spianata” provocato da secoli di sfruttamento senza limiti. 
 
Le fiorenti società del benessere (fino a poco tempo fa) “nella colta e civilizzata Europa”, lontano dal tentare di cercare una soluzione plausibile e globale al tema dell'iniquità nel mondo, danno soli segni di sentirsi minacciate e reagiscono difensivamente, fatto che solo guiderà ad ancora più caos, pensa la maggioranza degli analisti sensati. 
 
“Un mondo migliore è possibile”, afferma uno slogan che ha riscosso trascendenza per venire dagli strati più umili della società nei paesi del chiamato Terzo Mondo. 
 
La realizzazione di questo proposito sbatte contro il muro insormontabile dei paesi e dei settori ricchi che non hanno dimostrato per nulla la volontà di lavorare in questo senso ed osservano solo i movimenti della superficie che interpretano come un pericolo per il loro status quo. 
 
 
Roberto Molina, corrispondente di Prensa Latina in Serbia