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Frontiera colombo-venezuelana, una realtà costruita dai mass media

Agenzie di comunicazione, portavoci di differenti governi, organizzazioni internazionali, segnalano la frontiera tra Venezuela e Colombia come il punto critico dove cederà la porta per l'intervento militare, ha indicato l'analista Marco Teruggi. 

 
La narrativa dell'imminente intromissione è un punto centrale delle notizie da quando il deputato dell'Assemblea Nazionale, Parlamento in oltraggio dal 2016, Juan Guaidò, si è auto-proclamato presidente interino, e con questo atto si suppone la caduta del capo legittimo di Stato della Repubblica, Nicolas Maduro, ha scritto il sociologo in un articolo pubblicato dalla multinazionale TeleSur. 
 
“Le immagini che arrivano dalla frontiera sono ben altre. Soprattutto nel punto che si è costruito come zona critica: i municipi Simon Bolivar ed Ureña, nello stato di Tachira, di fronte alla città di Cucuta, in Colombia. Lì ci dovrebbe essere un territorio commosso, militarizzato dal lato venezuelano e trasformato in un magazzino enorme di aiuti umanitari dal lato colombiano”, spiega Teruggi 
 
Per il giornalista, di origine franco-argentina, per comprendere le dinamiche dell'area limitrofa bisogna analizzare alcune variabili. 
 
In primo luogo, la conformazione storica di questo territorio, come zona di commercio bi-nazionale, marcato nelle direzioni di acquisto-vendita secondo la relazione tra il bolivar venezuelano ed il peso colombiano. 
 
Come seconda opzione, lo sviluppo dall'anno 2013 -con segnali anche in tempi anteriori - del contrabbando di estrazione, come parte di un piano per dissanguare l'economia del governo bolivariano. 
 
Inoltre, la presenza di attori chiave al comando delle operazioni di narcotraffico e di contrabbando, come i gruppi paramilitari, e l’ultimo elemento, considerare questi tre punti dentro il quadro della guerra finanziaria attuale. Le variabili si incrociano e provocano un feedback. 
 
Di fronte a questa geografia le telecamere mettono a fuoco due incroci, il ponte Las Tienditas, ed il ponte Simon Bolivar. Il primo è stato usato dai giornali per la fack new dei container sistemati dal lato venezuelano, presentati come una chiusura del passaggio. Questo ponte non è stato mai aperto, la sua costruzione era su iniziativa venezuelana, però è stata sabotata nella sua costruzione dalle politiche colombiane.
 
Invece, il secondo, il Bolivar, è attraversato giornalmente da 30 mila persone, delle quali solo circa due mila timbrano il passaporto, cioè, il resto va e viene nello stesso giorno. 
 
Questo luogo, secondo Teruggi, ha un vantaggio cinematografico: è stretto, per cui si può generare una gran massa di gente frenando il passo alcuni minuti, azione realizzata frequentemente dalle autorità colombiane, quando la campagna mediatica richiede fotografie che dimostrino la massa di venezuelani che scappano, ma in realtà il suo traffico è molto fluido. 
 
Al rispetto, il sociologo enfatizza che “non importa l'impatto reale dell'azione, bensì la costruzione dello scenario, che sarà quello per dimostrare da un lato l'aiuto, dall'altro la popolazione venezuelana che lo sta implorando -e per questo la destra mobiliterà le sue forze - e nel mezzo il Governo bolivariano chiudendo il passaggio. 
 
Inoltre, la destra deve elevare l'impatto nell'opinione pubblica, ottenere un accordo nel Senato nordamericano per lasciare per iscritto che l'intervento militare può essere contemplato, “creare, cioè una commozione interna”, spiega Teruggi. 
 
Tuttavia, lo scenario sembra essere eccessivamente tranquillo per gli obiettivi proposti dall'opposizione, nonostante, a dire di Teruggi “questa settimana potrebbe essere quella giusta per attivare lo scenario al confine, sarebbe il punto dove si unirebbero il fronte internazionale col nazionale per cercare una rottura. Per il momento, la superficie del luogo continua calma”. 
 
Odette Diaz Fumero, corrispondente di Prensa Latina in Venezuela