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Il canale secco di Honduras e la nostra condizione istmica

Dieci anni dopo aver perpetrato il golpe di Stato contro Manuel Zelaya, Honduras si trova immerso in una nuova scalata di conflittualità sociale, che esprime la continuità della crisi politica, economica, e soprattutto istituzionale, provocata dai poteri de facto che sono stati i responsabili del golpe del giugno del 2009. 

 
In mezzo a queste tribolazioni che hanno ferito un'altra volta il rassegnato popolo honduregno, la stampa locale ha fatto conoscere che in agosto prossimo terminerà la costruzione di un corridoio logistico o canale secco che unirà, mediante un sistema di carrozzabili di quattro corsie e quasi 400 km di lunghezza, “la zona centrale e nord di Honduras, con la regione meridionale e le frontiere del Salvador e Nicaragua”.
 
Il progetto del tracciato di questo canale risale all'anno 2002, ma non è stato fino all'arrivo al potere di Porfirio Lobo, vincitore delle prime elezioni post-golpe che il progetto ha ricevuto l'impulso per la sua realizzazione. Ora, con quasi otto anni di ritardo, un costo che supera i 350 milioni di dollari e la partecipazione di aziende costruttrici messicane, ecuadoriane, peruviane, brasiliane ed honduregne, con uno schema di investimento pubblico-privato, il controverso governo di Juan Orlando Hernandez riceverà finalmente l'opera conclusa. 
 
E sarà prima del Guatemala e del Costa Rica, dove simili iniziative si discutono da vari anni senza ancora concretarsi; ed ovviamente, prima del Nicaragua, dove il progetto del Gran Canale interoceanico è bloccato dalle difficoltà dell'azienda cinese HKND per ottenere finanziamento. Si stima che il corridoio logistico honduregno ridurrà sostanzialmente il tempo di durata del trasporto via terra tra Puerto Cortes, il principale porto sulla costa dei Caraibi, ed il punto confinante El Amatillo in Salvador (solo tra Comayagua, ubicata nella regione centrale, ed El Amatillo, si eviteranno circa 100 km utilizzando il canale secco, risparmiando approssimativamente un'ora di cammino). 
 
Da lì al porto di La Union, nel golfo di Fonseca -la tripla frontiera di Honduras, Salvador e Nicaragua -, resta solo un tratto di strada di 36 chilometri. Se a questo sommiamo le opere di modernizzazione di Puerto Cortes (aumenterà la sua capacità di un 50%), che hanno un valore di 624 milioni di dollari, e che attualmente porta avanti un'azienda di capitale filippino, è chiaro che siamo davanti ad un avvenimento geopolitico di grande importanza: la nuova rotta per Honduras -un paese sotto ferreo controllo degli Stati Uniti, con una base militare nel suo territorio dal 1981 - suppone un attraente vantaggio competitivo per esportatori, importatori ed il commercio marittimo, in generale, in momenti in cui Cina scommette sugli investimenti nel Canale del Panama, mentre fortifica le sue relazioni diplomatiche e commerciali con questo paese. 

Il corridoio logistico che entrerà in operazioni in Honduras c'obbliga, come centroamericani, ad analizzare e discutere più a fondo, e sul serio, il futuro dei nostri paesi. Non deve sorprenderci che la presenza militare statunitense in questo paese centroamericano si mantenga fino ai nostri giorni. 
 
Benché tradizionalmente le rotte interoceaniche del Nicaragua e del Panama hanno concentrato l'interesse delle potenze e degli investitori, anche le caratteristiche geografiche dell’Honduras sono state studiate in profondità dal XIX secolo, per costruire sul posto l’anelata via che accorciasse tempo e distanza per il transito di persone e mercanzie. 
 
Così, per esempio, tra il 1849 ed il 1853, mentre si svolgevano le dispute tra gli Stati Uniti e Gran Bretagna per il controllo dell'America Centrale, il diplomatico statunitense Ephraim G. Squier ha proposto la costruzione di un canale secco interoceanico che collegasse, mediante ferrovie, Puerto Cortes col Golfo di Fonseca. Questa tesi è stata esposta nel suo libro “Apuntamientos sobre Centroamérica. Honduras y El Salvador”, pubblicato a New York nel 1855, nel quale sottolinea il valore strategico di Honduras per la protezione degli interessi degli Stati Uniti, tanto per la sua posizione privilegiata nel Mar dei Caraibi, come per la sua uscita verso l'oceano Pacifico e le potenzialità che offriva per partecipare nel commercio in questa regione del continente. 
 
Non deve sorprenderci che la presenza militare statunitense in questo paese centroamericano si mantenga fino ai nostri giorni.  Come rimane chiaro, i suoi interessi in questo paese sono presenti da tempi lontani, e vanno molto più in là che il combattimento del comunismo -come è stato dichiarato nella seconda metà del XX secolo - o la lotta contro il narcotraffico ed il crimine organizzato, che è l'argomento in uso nel XXI secolo. 
 
Il corridoio logistico che entrerà in funzione in Honduras c'obbliga, come centroamericani, ad analizzare e discutere più a fondo, e sul serio, il futuro dei nostri paesi di fronte alle grandi trasformazioni economiche e geopolitiche globali in corso. Storicamente, la questione dei canali nell'istmo è stata concepita quasi esclusivamente dalla prospettiva della logica di riproduzione del capitale e dell'integrazione della regione alle sue dinamiche commerciali. 
 
In questo senso, la nostra condizione istmica è stata più un ostacolo da superare per il capitale-forse anche un disturbo - che un fattore che favorisca la creazione democratica delle condizioni che permettano la promozione del bene comune dei nostri popoli, per la via della ridistribuzione della ricchezza generata con le opere di infrastruttura. Per comprovarlo, basta fermarsi ad osservare come persiste la frammentazione delle regioni della costa dell'Atlantico rispetto a quelle del Pacifico, e di queste con le valli dell'interno dei paesi. 
 
Senza dimenticare, ovviamente, il grave pericolo che rappresenta per le nostre nazioni la prevalenza degli interessi delle grandi potenze nel dominio delle rotte commerciali. Panama, con la sua lunga lotta per il recupero della sovranità sul suo territorio, ci dà un'enorme lezione che non dobbiamo dimenticare, soprattutto adesso. 
 
 
 
Andres Mora Ramirez, docente e ricercatore dell'Istituto degli Studi Latinoamericani dell'Università Nazionale del Costa Rica