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Jeanine Añez, tra l'amore al potere e la cecità politica

Le valutazioni dell'auto-proclamata mandataria della Bolivia, Jeanine Añez, trattano della sua candidatura alla presidenza, delle denunce di persecuzione politica e delle discusse decisioni del suo governo de facto che sorpassano il suo carattere “transitorio”. 

 
Sono varie le voci che fuori e dentro il paese andino-amazzonico sono d'accordo nel criticare il suo lavoro al fronte di un governo considerato, per gran parte dei boliviani e per l'opinione internazionale, derivato da un golpe di Stato contro il presidente legalmente eletto Evo Morales. 
 
La decisione di Añez di presentarsi come candidata alla presidenza nelle prossime elezioni generali del 3 maggio è probabilmente il tallone di Achille della sua desiderata proiezione come figura pubblica, apprezzamento condiviso tra quelli che pensano che è incostituzionale e quelli che pensano che è indecente ed immorale. 
 
In ogni modo l'ufficializzazione della sua candidatura ha generato reazioni avverse, perfino di quelli che l’hanno appoggiata per diventare presidentessa della Bolivia, calpestando quanto stabilito nella Costituzione. 
 
Un commento pubblicato sul The New York Times assicura che Añez, dopo tre mesi nell’incarico, “ha dimostrato di essere una figura assetata di potere, che cerca di rimanere nella presidenza più del tempo accordato ed usa metodi pericolosi per l'istituzionalità del paese”. 
 
Mentre, il quotidiano Britannico Financial Times ha pubblicato un editoriale nel quale considera la candidatura una minaccia per il futuro democratico del paese, per quanto dimostrato in questi mesi di gestione, dove “il governo di transizione della signora Añez ha cominciato a comportarsi come un'amministrazione che gode dell’appoggio vinto alle urne”. 
 
L'altra gran critica alla presidenta immaginaria è relazionata con le reiterate denunce di persecuzione politica contro gli ex funzionari del governo di Evo Morales e contro il leader del Movimento al Socialismo (MAS), una situazione ampiamente criticata dall'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). 
 
Vari giorni fa l'inviato speciale dell'organismo internazionale per la Bolivia, Jean Arnaud, ha spiegato che in un contesto elettorale non devono accadere atti di persecuzione politica, compreso l'abuso di procedimenti giudiziali con questo fine. 
 
In un articolo pubblicato su El Pais, Garcia-Sayan segnala che l'amministrazione di Añez avrebbe dovuto incentrarsi nell’organizzare le prossime elezioni ed essere un ponte di una transizione democratica, ma invece, in contrapposizione accende “l'allarme internazionale svegliando memorie di oscuri momenti della storia boliviana che sembravano sepolti in un passato lontano”. 
 
Emerge in questo aspetto quello che vari analisti e giuristi denominano “cambiamento di rotta” nella politica estera della Bolivia, cioè nella sua dinamica vuole rompere caparbiamente con quanto stabilito durante il governo del MAS piuttosto che utilizzare termini pratici in materia di relazioni internazionali. 
 
Il citato commento del The New York Times, firmato dalla giornalista brasiliana Sylvia Colombo, sottolinea un rovesciamento radicale nella politica estera della Bolivia, vicina ora agli Stati Uniti ed ad Israele, e contraria a paesi come Spagna, Venezuela, Cuba e Messico. 
 
In riferimento al caso puntuale del Messico, l'ex presidente della Bolivia, Eduardo Rodriguez Veltzè (2005-2006), si è dispiaciuto degli eventi relazionati con l'ambasciata di questo paese a La Paz, dove rimangono rifugiati vari ex funzionari del governo di Evo Morales. 
 
Davanti alla situazione di insicurezza del golpe di stato, nella sede diplomatica messicana si sono rifugiati sei ex ministri, un ex governatore, un ex viceministro ed un ex direttore, nell'attesa di salvacondotti; pochi giorni fa due di loro hanno già ricevuto il permesso di uscita, immersi in arbitrarie azioni della polizia, con maltratto fisico e tortura. 
 
Inoltre, Rodriguez Veltzè ha criticato aspramente l'attuazione degli autorità golpiste per ignorare figure legali come l'asilo ed il salvacondotto, ed il principio di mantenere relazioni diplomatiche con la maggiore quantità di paesi. 
 
Mancano poco più di due mesi per le votazioni in Bolivia, ed il cammino della presidenta immaginaria si dibatte tra l'amore al potere e la cecità politica, condizioni che potrebbero privarla di una vittoria nelle urne. 
 
Alain Valdes Sierra, giornalista di Prensa Latina