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Bielorussia nella scacchiera politica europea

Gli eventi in Bielorussia, dopo la rielezione del presidente Alexander Lukashenko, sembrano piuttosto un complicato gioco di scacchi, con un miscuglio di interessi interni e di vari paesi, a breve ed a lungo termine. 

 
D’accordo con la Commissione Centrale Elettorale bielorussa, Lukashenko ha vinto le elezioni del 9 agosto con l’80,1% dei voti, mentre la candidata oppositrice Svetlana Tijanovskaya è arrivata solo al 10,12% dell'appoggio alle urne. 
 
Al contrario di altri schemi delle rivoluzioni colorate come l'Arancione, successa in Ucraina nel 2004, o il golpe di Stato in Bolivia, dopo i suffragi di novembre del 2019, la differenza di voti tra i candidati nelle presidenziali bielorusse è ben ampia. 
 
Ma anche così, lo schema preparato in Occidente affinché l'opposizione bielorussa lo mettesse in pratica ignora i numeri delle elezioni ed insiste, senza la dimostrazione di una prova concreta e senza potere distruggere quelle esistenti nelle mani dello Stato, per delegittimare il processo elettorale. Lituania e Polonia, i paesi confinanti con Bielorussia, sono i primi, dentro l'Unione Europea ad insistere per ignorare la legittimità data dalla popolazione nelle urne a Lukashenko. Semplicemente non ha vinto l'opposizione e, apparentemente, per questo motivo si deve annullare la votazione. 
 
Benché la versione di una vittoria di Tijanovskaya con quasi l’80% dei voti è assolutamente inverosimile perfino per gli stessi promotori nelle reti sociali di questa possibilità, Occidente ha incoraggiato prima proteste violente e dopo scioperi lavorativi e blocchi delle strade. 
 
Osservatori considerano che il piano di un vittoria lampo contro Lukashenko, con tre giorni di provocazioni contro la polizia per obbligarla ad agire ed ottenere così le vittime del sollevamento, è fallito, perché ci sono solo due morti, ed uno di questi è per autolesionismo. 
 
Ciò ha obbligato l’opposizione a passare immediatamente ad una seconda fase di meeting e manifestazioni di fronte a grandi aziende statali per ostacolare il passaggio degli operai ed incoraggiarli a dichiararsi in sciopero, in alcuni casi con minacce, con l'annunciato obiettivo di paralizzare l'economia. 
 
Ma in questi casi si tratta di aziende competitive, con prodotti di valore aggregato come trattori, fertilizzanti e derivati del petrolio che, benché vendano un 60% del loro volume alla Russia, possiedono una partecipazione nel mercato europeo. 
 
Alcuni analisti considerano che in Occidente potrebbero essere interessati a fare fallire in forma artificiale queste aziende per, in seguito ad un processo di privatizzazione durante un altro governo, acquisirle a prezzo di liquidazione. 
 
D'altra parte, ciò ostacolerebbe la produzione in cooperazione con Russia, come nel caso della Fabbrica di Rimorchi di Minsk, che produce i portatori dei sistemi di difesa antiaerei e perfino dei missili intercontinentali russi. 
 
In quello che sarebbe un obiettivo a lungo termine, Occidente potrebbe cercare la creazione di condizioni per trasformare Bielorussia in un altro punto anti-russo nella geografia regionale, come è accaduto con Ucraina, dove il nazionalismo respinge tutto quello che possa venire da Mosca. 
 
Come in anteriori schemi di rivoluzioni colorate, i suffragi non si ripetono mai per ascoltare la voce del popolo in un processo trasparente, bensì per garantire il trionfo della forza politica che si cerca di imporre con la destabilizzazione di un paese, hanno considerato gli esperti. 
 
Il comitato di coordinazione oppositore esige un dialogo col governo, benché l'unico punto dell'agenda sia quello di andare a nuove elezioni, un fatto già respinto da Lukashenko, che ha già nominato un nuovo primo ministro. 
 
In questo modo, Bielorussia rimane in mezzo ad una scacchiera dove si decidono interessi geopolitici stranieri ed ambizioni dell'opposizione interna, mentre Russia osserva con preoccupazione i fatti in un paese col quale forma uno Stato Unificato. 
 
 
Antonio Rondon Garcia, corrispondente in Russia di Prensa Latina