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L'estradizione di Assange od il processo che non avrebbe mai dovuto essere

La giustizia britannica ha ora nelle sue mani il futuro, e forse la vita, del fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, che gli Stati Uniti vogliono perseguire per aver rivelato crimini di guerra commessi dai loro militari in Iraq ed in Afghanistan, e messaggi elettronici compromettenti.


La seconda ed ultima fase del processo di estradizione si è conclusa lo scorso 1º ottobre presso il Tribunale penale di Londra, ma il verdetto non sarà noto fino al 4 gennaio del prossimo anno, decisione che prolunga ulteriormente l'agonia del giornalista australiano, che da più di otto anni vive prigioniero.

Innanzitutto sono stati sette anni di asilo presso l'ambasciata ecuadoriana a Londra, dove si è rifugiato nel giugno 2012 per non essere estradato in Svezia, che lo stava investigando per presunti crimini sessuali, e dove avrebbe corso il rischio di essere consegnato agli Stati Uniti.

Dopo essere stato tradito dal governo del presidente ecuadoriano Lenin Moreno, che nell'aprile 2019 ha aperto le porte dell'ambasciata alla polizia di Londra per arrestarlo per aver violato una cauzione concessa in relazione al caso svedese, Assange è stato rinchiuso in prigione, nella stazione di massima sicurezza di Belmarsh, ad est della capitale britannica.

Cinquanta settimane di carcere è stata la sentenza emessa rapidamente dal Tribunale dei Magistrati di Westminster, ma una volta che la sentenza è stata scontata, il giudice Vanessa Baraitser ha stabilito che il fondatore di WikiLeaks doveva aspettare in carcere mentre si decideva se estradarlo o meno negli Stati Uniti.

Durante le quattro settimane in cui è durata la seconda parte dell'udienza di estradizione presso il tribunale londinese dell'Old Bailey, la difesa di Assange ha cercato di convincere Baraitser che il suo cliente è oggetto di una persecuzione politica senza precedenti negli annali della giurisprudenza statunitense.

A sostegno del caso, gli avvocati hanno presentato un gruppo di esperti legali statunitensi che hanno testimoniato che nessun giornalista od editore è mai stato processato, tanto meno condannato negli Stati Uniti ai sensi della Legge di Spionaggio del 1917 o per aver pubblicato informazioni riservate, e la prova di ciò, hanno detto, è che l'allora presidente Barack Obama non ha mai voluto sporgere denuncia contro WikiLeaks.

Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti sostiene, tuttavia, di non voler perseguire Assange per le rivelazioni di WikiLeaks, ma piuttosto per aver messo in pericolo la vita degli informatori dell'esercito i cui nomi sono venuti alla luce.

Dopo l'udienza orale, ed in attesa del verdetto della giudice Baraitser, la partner sentimentale di Assange, Stella Moris, ha affermato che questa seconda parte del processo di estradizione ha messo a nudo la vera natura delle accuse contro il padre dei suoi due figli, concepiti nell'ambasciata ecuadoriana.

Julian è stato punito per aver fornito un servizio pubblico di cui abbiamo tutti beneficiato, ha detto Moris, dopo aver ricordato che il suo compagno è in prigione per aver rivelato al mondo i crimini e le atrocità commessi dagli Stati Uniti.

Sia lei che l'attuale redattore capo di WikiLeaks, Kristinn Hrafnsson, hanno convenuto che se l'estradizione sarà ottenuta, il governo degli Stati Uniti non si fermerà fino a quando non porterà in giudizio ogni giornalista che pubblica qualcosa che non è di loro gradimento.

Nestor Marin, corrispondente di Prensa Latina nel Regno Unito