martedì 16 Aprile 2024
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Gruppi dei diritti umani ripudiano decisione della Corte argentina

Buenos Aires, 3 mag (Prensa Latina) Organizzazioni dei diritti umani ripudiarono in maniera unanime la decisione della Corte Suprema argentina che dichiarò oggi applicabile una legge che riduce il calcolo del tempo in prigione per le persone condannate per delitti di lesa umanità. 

 
“Siamo in un paese di squilibrati”, ha detto oggi in dichiarazioni alla stazione radio 750 AM la presidentessa delle Nonne di Piazza di Maggio, Estela de Carlotto, dopo qualificare la sentenza come una “truffa alla morale sociale”. 
 
“Ci stanno distruggendoci in questa gestione di governo, non solamente nell’economia, bensì nella parte morale e nella coscienza civica che abbiamo guadagnato negli ultimi tempi per difendere quello che bisogna difendere”, espresse. 
 
De Carlotto ha aggiunto che si sente sorpresa ed indignata, e che faranno una denuncia feroce contro questa decisione della Corte Suprema di Giustizia. 
 
La Corte dichiarò applicabile la legge 24.390, conosciuta come 2×1 che riduce il calcolo del tempo in prigione alle persone condannate per delitti di lesa umanità. 
 
La decisione di questa legge, che stette vigente tra il 1994 ed il 2001, è stata votata dai giudici Elena Highton, Horacio Rosenkrantz e Carlos Rosatti mentre i magistrati Ricardo Lorenzetti e Juan Carlos Maqueda si dichiararono contrari. 
 
Dopo aver conosciuto la notizia, le Nonne di Piazza di Maggio convocarono ad una conferenza stampa per respingere “la scandalosa sentenza della Corte Suprema”. Le Nonne ed altri organismi respingiamo il ritorno all’impunità, sostenne una nota pubblicata nella loro pagina in internet. Da parte sua, la portavoce delle Madri di Piazza di Maggio-linea Fondatrice, Taty Almeida, considerò che con questa decisione “vogliono cancellare completamente la memoria e favorire i genocidi”. 
 
“Stanno buttando nella spazzatura la memoria dei nostri figli”, risaltò Almeida in dichiarazioni delle quali si fa eco il portale Infonews. 
 
La sentenza fu dettata nel caso di Luis Muiña che nel 2013 fu condannato a 13 anni di carcere per essere “coautore del delitto di privazione illegale della libertà ed imposizione di torture” in cinque casi. 
 
Ig/may

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