lunedì 15 Aprile 2024
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Guatemala nella vita del Che

Guatemala, 14 giu (Prensa Latina) Esistono luoghi che segnano per sempre e senza dubbio, per Ernesto Che Guevara, il leggendario guerrigliero che molte persone ricordano un giorno come oggi per la sua lotta per un mondo ancora più pieno di umanesimo, Guatemala è stato fondamentale. 

 
In questo paese centroamericano l’argentino-cubano trovò l’amore, ma conobbe anche da vicino il fatto terribile di un intervento militare sponsorizzato, finanziato e provocato dagli Stati Uniti. 
 
Nove mesi in questo luogo bastarono affinché il Che confermasse quale doveva essere il senso della sua vita: lottare contro l’imperialismo in qualunque luogo, senza lasciarlo avanzare neanche un poco. 
 
“Questo è un paese dove uno può dilatare i polmoni e riempirli di democrazia”, assicurava in una delle sue lettere alla sua amata zia Beatrice, poco dopo di calpestare terra guatemalteca nel 1954. 
 
In quel momento, il medico di appena 24 anni di età aveva percorso Perù, Bolivia, Ecuador, Panama, Costa Rica e Nicaragua, e conosciuto da vicino l’abbandono statale in cui vivevano ampi settori sociali. 
 
L’arrivo in Guatemala, il 23 dicembre 1953, era stato preceduto dall’illusione di imparare tutto il possibile sul processo democratico diretto da Jacobo Arbenz, primo ad implementare una Riforma Agraria nel continente a partire dall’espropriazione di terre dell’United Fruit Company. 
 
Ciò gli fu possibile in buona misura per le relazioni che stabilì con l’aiuto di una peruviana aprista esiliata che lavorava come documentarista per l’Istituto Nazionale di Formazione Professionale, Hilda Gadea, che divenne la sua amica inseparabile in poco tempo e più tardi sua moglie. 
 
La rinuncia di Arbenz fu “una terribile doccia di acqua fredda”, affermò il Che giorni prima di abbandonare la stanza della pensione Mensa de la Zona 1 di Città del Guatemala, dove ancora si respira la sua presenza. 
 
Da lì partì verso il Messico, con la frustrazione di vedere sgretolarsi il sogno dei seguaci di Arbenz, e con la convinzione che un popolo in armi ha un potere invincibile. 
 
“Aveva potuto dare armi al popolo e non volle, ed il risultato è questo”, annotò nel suo quaderno, lo stesso che l’accompagnerà nella sua rotta verso la posterità come uno dei migliori soldati d’America. 
 
Ig/ism 
   

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