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Erdogan proibisce al settore privato contrattare in valute estere, e lo Stato?

Il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, ha firmato il 13 settembre un decreto presidenziale che proibisce alle aziende ed ai privati di firmare contratti di acquisto, vendita ed affitto di beni mobili ed immobili e di leasing di veicoli in moneta straniera. 

 
La misura drastica che inoltre darà un termine di 30 giorni per aggiornare attualmente tutti i contratti in vigore, tenta di evitare l’uso delle valute straniere negli scambi commerciali e professionali che si effettuano nell’economia nazionale, per potenziare l’uso della lira turca. 
 
Il progetto della legge è stato annunciato il 29 agosto dal ministro di Economia e Finanze, Berat Albayrak, benché in un principio sembrasse essere circoscritto all’affitto ed alla vendita di locali, i cui affitti fissati in valute suppongono l’80% dei contratti nei centri commerciali. 
 
Per questo motivo, un buon numero di proprietari e piccole catene di distribuzione al dettaglio hanno portato a termine una protesta il passato 10 settembre, chiudendo le loro porte durante mezza giornata in vari centri commerciali di Istanbul, come misura di pressione per velocizzare l’attuazione della norma. 
 
Allo stesso tempo i rappresentanti delle principali marche al dettaglio della Turchia hanno elogiato la decisione del governo ed hanno chiesto la sua rapida implementazione, dovuto al grave danno che stanno soffrendo per il drastico deprezzamento della lira, che dura già da vari mesi. 
 
Fonti consultate da Prensa Latina hanno spiegato che in poco più di due anni gli affitti in valute estere sono raddoppiati rispetto alla moneta turca, fatto che ha significato un grave danno nei conti del commercio al dettaglio, con l’aggravante che la quotazione della lira non sembra essere in recupero. 
 
Ma se il settore privato trova ragioni nel decreto presidenziale per lanciare un messaggio di sollievo, non succede ugualmente nel settore statale dove i contratti di sfruttamento delle grandi infrastrutture che si stanno costruendo nel paese, fondamentalmente nella città di Istanbul, suppongono una carica pesante per le casse pubbliche e continueranno a contarsi in valute estere. 
 
Dal 2013 Erdogan ha messo la sua firma in grandi progetti basati in un modello di associazione pubblico-privata (PPP) che in cambio di 25 anni di diritti operazionali, le compagnie si impegnano a pagare un reddito stabilito ma con un livello di guadagni garantito dal governo. 
 
Questi accordi sono una privatizzazione coperta delle infrastrutture pubbliche, perché sebbene lo Stato continua ad essere il proprietario, il bonifico dei diritti di sfruttamento ed uso alle aziende private sono un florido commercio contando su benefici garantiti, inoltre, in moneta straniera. 
 
Tre dei quattro progetti più grandi si trovano ad Istanbul, la città più importante della Turchia: il terzo aeroporto, il Tunnel Eurasia ed il ponte Yavuz Sultan Selim sul Bosforo, fanno parte di un piano interconnesso insieme al Canale di Istanbul, una via acquatica artificiale che collegherebbe il mare di Marmara col mare Nero e che ancora è nella tappa di pianificazione. 
 
Il governo si vanta che questi ed altri mega-progetti si realizzano senza compromettere il denaro pubblico, tuttavia partiti politici, scuole professionali e gruppi della società civile sostengono che le proposte non sono redditizie, fattibili o sostenibili. 
 
Nella sua relazione del 2015, il Tribunale di Conti ha indicato che i rischi assunti dal governo sotto i contratti PPP devono essere registrati nel sistema contabile, per permettere un’analisi finanziaria completa, includendo il peso che nel futuro i progetti avranno sulle finanze pubbliche e la capacità del governo per compiere con tali obblighi. 
 
Questi progetti implicano per gli appaltatori, tanti locali come stranieri, un guadagno minimo garantito senza importare come funzionino le concessioni una volta che siano operativi. 
 
Nel caso del nuovo aeroporto di Istanbul, sarà costruito per tappe ed è programmato che entri in funzionamento il prossimo 31 ottobre ed avrà il suo pieno rendimento nel 2028, quando si completino tutte le fasi di edificazione, con una capacità per 200 milioni di passeggeri annuali. 
 
Inoltre, il progetto garantisce al consorzio IGA, il gruppo imprenditoriale che gestirà la terminal aerea, circa 93 milioni di euro se il numero di passeggeri non supera gli 80 milioni all’anno e 154 milioni di euro se il transito si situa sotto i 68 milioni di passeggeri. 
 
Bisogna sottolineare che il traffico nell’attuale aeroporto internazionale di Atatürk è stato di circa 60 milioni di viaggiatori in media durante gli ultimi quattro anni, fatto che mette in evidenza, ancora una volta, che i calcoli governativi sono troppo ottimisti. 
 
È probabile che a dispetto degli sforzi del governo di tentare di evitare la volatilità della lira mediante proposte impattanti, i problemi maggiori saranno sofferti dai conti pubblici provenienti dai buchi neri nei quali si sono già trasformati i mega-progetti PPP operativi, o quelli che sono ancora in progettazione ed entreranno in funzionamento nei prossimi anni. 
 
 
 
Antonio Cuesta, corrispondente di Prensa Latina in Turchia 

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