giovedì 25 Aprile 2024
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Domande senza risposta ed intoppi nell’investigazione su Khashoggi

Le relazioni tra Ankara e Riad attraversano un momento critico dovuto all'assassinio del giornalista Jamal Khashoggi, nel Consolato saudita ad Istanbul, del quale esistono ancora molte interroganti senza risposta ed ostacoli nell'investigazione. 

 
Turchia sta svolgendo con una cautela speciale l’investigazione di un caso col quale pretende guadagnare la fiducia ed il riconoscimento internazionale, tra i paesi musulmani, accantonando una Arabia Saudita che si è dimostrata reticente nel spiegare in forma convincente quanto è successo nella sua missione diplomatica fino al momento, o direttamente ostacolando l’investigazione nella stessa. 
 
Il giornalista, di 59 anni e critico della monarchia saudita, è scomparso il 2 ottobre dopo essere entrato nella missione del suo paese ad Istanbul per ottenere alcuni documenti di matrimonio, nonostante, durante più di due settimane le autorità di Riad hanno negato qualsiasi vincolo col fatto, assicurando che Khashoggi ha abbandonato il Consolato dopo realizzare la procedura. 
 
Questa versione è stata sostenuta senza nessuna prova, mentre ritardava l’autorizzazione affinché la squadra di investigazione della polizia turca potesse accedere agli edifici del Consolato ed alla residenza del console saudita, come portare a termine un esame dei veicoli diplomatici che sono stati usati dallo squadrone di 15 persone arrivato da Riad ore prima della scomparsa del giornalista. 
 
Ankara ha filtrato a certi mezzi di stampa informazioni del caso, con l’obiettivo di fare pressioni sulle autorità saudite affinché riconoscano il crimine e la loro responsabilità nei fatti, ammissione che finalmente è arrivata il 20 ottobre, sebbene attenuata come un “litigio accidentale”, il cui risultato è stata la morte di Khashoggi. 
 
Questa versione dei fatti è stata cambiando col passare dei giorni, fino ad arrivare a quella che sembra adattarsi di più alla posizione ufficiale che difende Turchia, cioè che l’assassinio è stato pianificato e premeditato, come ha sentenziato il presidente Recep Tayyip Erdogan, in una riunione svoltasi martedì 23 ottobre col gruppo parlamentare del suo partito. 
 
È certo che questo riconoscimento saudita non procede dal governo, bensì dalla procura incaricata del caso, ma è stato pubblicato dall’agenzia statale di notizie SPA e sostiene “che i sospettati nel caso Khashoggi hanno perpetrato questo atto con un’intenzione premeditata”, fatto che confuta l’ultima linea ufficiale che attribuiva l’assassinio ad un’operazione fallita per “negoziare” il suo ritorno al regno. 
 
In ogni caso, queste timide e tardive dichiarazioni non chiariscono numerose domande per le quali non esistono ancora delle risposte, il più importante senza dubbio è dove si trova il cadavere del giornalista, ma anche chi ha dato l’ordine al gruppo incaricato dell’esecuzione e perché si continua ad ostruire il lavoro degli investigatori turchi negli edifici consolari. 
 
Per rispondere al primo di questi punti interrogativi, la polizia sta investigando da diversi giorni due zone di bosco vicine ad Istanbul, dove alcune camere di vigilanza hanno registrato il passaggio dei veicoli diplomatici implicati nel caso, davanti alla possibilità che si fosse seppellito proprio lì il corpo, ma si tenta anche, benché per il momento senza successo, di investigare in profondità il giardino di uno degli edifici. 
 
La richiesta presentata ai funzionari arabi affinché una squadra forense possa esaminare il pozzo che c’è nella residenza del console, è stata accettata solo questo giovedì, dopo diversi giorni di attesa, col permesso per estrarre un campione d’acqua. 
 
In questo senso, Erdogan ha sottolineato durante la sua dichiarazione che il crimine si è commesso in territorio turco e che “la Convenzione di Vienna non permette che l’investigazione di tali assassinati sia ostacolata dall’immunità diplomatica”. 
 
Non sembra neanche avere avuto risposta la richiesta del leader turco di conoscere l’identità del “collaboratore locale” che si suppone abbia fatto sparire il corpo del giornalista. 
 
Ci sono pochi segni che le autorità saudite siano disposte a cooperare pienamente con Ankara, e tutto sembra dimostrare che si tratterà di occultare la presunta responsabilità del principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS) nell’assassinio. 
 
Dalla Turchia l’accusa più diretta è stata fatta questa settimana da parte dell’assessore di Erdogan, Ilnur Cevik, che ha assicurato che MbS aveva “le mani sporche di sangue”, tenendo in conto che “almeno cinque membri della squadra di esecuzione sono stretti collaboratori di Mohammed bin Salman e sono persone che non agirebbero mai senza la sua approvazione”, come ha scritto nel giornale Yeni Birlik. 
 
Perfino il principale protettore della monarchia saudita, il presidente degli Stati Uniti, Donlad Trump, ha riconosciuto mercoledì che tutto sembrava indicare che MbS potrebbe essere il massimo responsabile dell’operazione che ha portato alla morte di Khashoggi. 
 
Trump ha inviato ad Ankara la direttrice della CIA, Gina Haspel, che ha avuto dai servizi di intelligenza della Turchia “tutte le prove” relazionate col caso, immagini di video ed archivi di audio, oltre alle evidenze compilate nel Consolato e nella casa del console, come ha informato il quotidiano favorevole al governo “Sabah”. 
 
Non è chiaro se l’amministrazione di Washington cambierà posizione una volta che Haspel, esperta conoscitrice di torture e rapimenti, faccia arrivare a Trump la relazione su quanto analizzato in Turchia, perché fino al momento il presidente non ha occultato il suo desiderio di vedere MbS assolto da tutte le responsabilità. 
 
Molti ad Ankara sperano che l’assassinio di Khashoggi obblighi il monarca saudita a rimpiazzare il suo delfino per le sue connessioni con gli esecutori che lo rendono responsabile dell’esecuzione o comunque che fosse al corrente dell’accaduto; nonostante, è più probabile MbS sopravviva nel suo posto a dispetto dell’investigazione. 
 
Antonio Costa Marin, corrispondente di Prensa Latina in Turchia 

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