martedì 16 Aprile 2024
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Le armi per distruggere Siria senza una guerra dichiarata

Da marzo del 2011 più di 140 mila mercenari sono entrati in territorio siriano, mentre gli Stati Uniti ed i loro alleati occidentali e nel Medio Oriente preparavano un intervento diretto senza guerra dichiarata, come è successo nelle chiamate primavere arabe. 

 
Con questi obiettivi, i servizi di intelligenza degli Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Israele e Turchia, principalmente, hanno coordinato azioni per esacerbare le differenze delle basi religiose, la destabilizzazione sociale ed hanno utilizzato come forza di scontro migliaia di estremisti di 87 nazionalità diverse. 
 
Sono stati applicati, sotto la difesa di una copertura mediatica tergiversatrice e senza precedenti nella regione, misure come facilitazione di passaporti falsi, appoggio logistico ed allenamento militare sulla base di plotoni di 15 membri, per un costo totale di 15 mila dollari ognuno, tra le altre tattiche. 
 
Siria, i cui comandi militari hanno accumulato molta esperienza nei confronti convenzionali con Israele e nel Libano, nelle decadi degli anni 60, 70 e 80, aveva rinnovato, per le trasformazioni del tempo, la sua struttura nelle forze armate ed ha assunto, all’inizio, con un certo sconcerto, una guerra irregolare senza essere stata dichiarata. 
 
Le iniziali diserzioni di pochi capi con comando di truppe e le nuove tattiche di una guerra irregolare non dichiarata, sono state corrette ed applicate con prontezza da uno stato che ha dimostrato fermezza e leadership politica per combattere tra quell’anno ed il 2015, su 12 fronti in tutto il territorio nazionale. 
 
Un’aggressione in erba, basata essenzialmente sul pretesto di un presunto utilizzo da parte dell’esercito siriano di armamento chimico, è stata evitata per il veto della Russia e della Cina nel seno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che invece ha attuato disonorevolmente durante l’invasione contro Iraq e Libia. 
 
I fatti 
 
Davanti ad una realtà inquietante, giusto in settembre del 2015, il governo siriano è ricorso agli accordi di cooperazione militare con Russia a partire dalla presidenza di Hafez Al Assad e con appoggio giuridico e legale in conformità con le leggi internazionali, si è attivata una consulenza, la logistica e l’appoggio aereo, a partire dalla base di Hemymin, nella provincia siriana di Latakia ed il porto di Tartus, situato nella provincia costiera con lo stesso nome. 
 
I combattimenti, in città, aree rurali e zone desertiche, hanno richiesto la modernizzazione ed adeguamento di gruppi operativi di fanteria, operazioni di carri armati e veicoli con cannoni, sistemi di difesa antiaerea, missili termobarici telepilotati ed aggiornamento dei modelli di aeroplani Sukhoi tipo 24, 25 e 30, tra gli altri. 
 
Allo stesso modo, la fanteria è stata dotata di sistemi di visione notturna, nuovi fucili da franco tiratore e protezione individuale, oltre alla costituzione di truppe speciali come la Forze Tigre ed i Cacciatori del Deserto, gruppi di milizie locali e corsi intensivi di preparazione nei centri di formazione, tra loro l’Accademia Militare Femminile di Damasco. 
 
Solamente così, in quasi otto anni di guerra imposta, ha potuto affrontare con successo i gruppi terroristici allenati ed armati negli accampamenti della provincia turca di Hatay, confinante con Siria, con finanziamento del petrodollaro del Qatar e di Arabia Saudita. 
 
A tutto ciò, si somma la fornitura con intermediari di armamenti fabbricati dall’azienda ucraina UkrOborom o di compagnie della Bulgaria, Romania e Croazia attraverso entità come la Blesdsway LTD, di Cipro, con capitale turco-statunitense, per citare solamente una. 
 
Al rispetto, il vice cancelliere siriano, Feysal Mikkdad, ha denunciato che con questi fini si sono utilizzati non meno di 137 mila milioni di dollari in un flusso illegale di armi, che rappresenta il 35% del totale mondiale, secondo l’Istituto per la Pace di Stoccolma, in Svezia. 
 

L’attualità 
 
A quasi nove anni da una guerra imposta, Siria, con la collaborazione di Russia, Iran ed il movimento di resistenza libanese Hezbolà, ha neutralizzato i gruppi terroristici come forza di scontro promossa dai centri di potere occidentali o della regione, con un costo drammatico di vite che arriva al mezzo milione tra morti e feriti, e tra questi cento mila membri delle forze armate. 
 
La tattica e la strategia applicate ha dato risultati in ogni zona desertica come Palmira o Deir ez-Zor o in centri come Damasco, Aleppo o Homs, e nonostante la collaborazione apparentemente indiretta pro terrorista del regime sionista d’Israele, con più di 200 incursioni aeree contro territorio siriano negli ultimi anni. 
 
Alla chiusura del 2019, col pretesto di combattere gruppi curdi, Turchia ha occupato circa sei mila chilometri quadrati di suolo siriano nelle province settentrionali di Aleppo e Hasaka; gli Stati Uniti, Francia e Regno Unito appoggiano il controllo di vari campi petrolieri nelle regioni di Hasaka, Raqqa o Deir ez-Zor. 
 
In questo senso, dimostrano un appoggio tacito all’ultimo bastione organizzato dei terroristi presente nella provincia di Idleb; da questo fatto la soluzione militare non sembra prudente per il momento e si ricorre a negoziazioni continue per i fattori internazionali implicati. 
 
Siria ed i suoi alleati, patrocinano per continuare le conversazioni al riguardo, in onore di una pace inafferrabile, a partire dall’insensatezza degli Stati Uniti e dei loro seguaci che possono, alla luce degli anni trascorsi, provocare una scalata di tensioni non desiderata ma latente. 
 
Pedro Garcia Hernandez, corrispondente in Siria

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