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Sfollati interni: il nuovo volto della povertà in Etiopia

Scuole, fabbriche e tribunali funzionano oggi come rifugi per le famiglie sfollate nel sud dell’Etiopia, dopo l'onda di combattimenti che ha causato l'espulsione dalle loro case di più di un milione di persone. 

 
“Siamo venuti qui perché ci hanno attaccato dove siamo nati ed abbiamo vissuto tutta una vita” ha commentato Tigist, che è fuggita dalla sua casa nel villaggio di Hanchabie. “Siamo usciti dal nostro paesino con le mani vuote per salvare unicamente le nostre vite. Abbiamo viaggiato ed abbiamo trascorso tre giorni nel monte per riuscire ad arrivare in un luogo più sicuro”, ha detto. 
 
Secondo le notizie pubblicate, spesso molti di questi cittadini non hanno alimenti ed acqua potabile e dormono nel nudo terreno senza coperte o materassi. Il distretto di Kochere, nella zona di Gedeo, ha visto la sua popolazione crescere quasi del doppio, da 130 mila persone ad oltre 230 mila. 
 
“Si sono trasferiti nei recinti pubblici; altri, con un po' più di fortuna, sono riusciti a farsi ospitare da famiglie del luogo, cosicché, ovviamente, quando succede qualcosa, le condizioni nelle quali vivono queste persone sono realmente molto, molto difficili”, ha detto James Reynolds, capo della Delegazione del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) in Etiopia. 
 
Inoltre, l'affluenza ha esercitato una gran pressione sulle comunità di accoglienza, molte delle quali stanno lottando già contro l'insicurezza alimentare. 
 
Gli ospedali ed anche le cliniche si sono viste oppresse per il forte aumento dei pazienti. 
 
“Abbiamo visto che i centri sanitari nell'area affrontano un enorme sfida”, ha sottolineato Reynolds. “Funzionarono bene, ma improvvisamente devono trattare ad oltre il doppio degli abitanti normali e molti dei cittadini che arrivano sono già ammalati”. 
 
Le condizioni di vita che affrontano li mettono potenzialmente in rischio di denutrizione e malattie mortali, secondo gli specialisti. 
 
“Mio marito si è ammalato qui e non ho potuto aiutarlo”, ha detto Tigist.  “Da quando sono andata via, non ho potuto ricoverarlo in un ospedale. Avevo l'intenzione di uscire e supplicare, ma ero spaventata perché non conoscevo nessuno, e dentro di me viveva ancora la paura di quei giorni di violenza, vedevo il pericolo dovunque. La sua salute si è deteriorata ancora di più, ed è morto”. 
 
Il Governo, in coordinazione con le agenzie umanitarie, lavora per migliorare il contesto e proteggere la salute degli sfollati a Kochere, distribuendo materiale di base per la casa. 
 
Migliorare l'accesso all'acqua potabile e proporzionare le somministrazioni mediche richieste è un'altra delle attività prevista nei programmi di supporto. 
 
“Abbiamo somministrato loro medicine addizionali affinché possano curare tutti quelli che ne hanno bisogno”, ha dichiarato l'alto funzionario del CICR. 
 
Sebbene l'aiuto sia aumentato nelle ultime settimane, è ancora insufficiente per soddisfare le necessità degli sfollati, hanno considerato gli esperti, a rischio di morte per la maggioranza della popolazione o di essere qualificati sotto la soglia della povertà, sfida contro la quale le autorità stanno lottando negli ultimi anni. 
 
Dato che le scuole si usano come zone di raccolta delle persone, potrebbe essere anche difficile per i minorenni ritornare al piano di insegnamento quando in settembre cominci il nuovo anno scolastico. 
 
“Contemporaneamente, alcune persone non si sentono sicure di ritornare ai loro luoghi di provenienza, mentre altre hanno perso le loro case nell'onda di violenza, e sono praticamente senza nessuna prospettiva di futuro”, ha affermato Tefere Kassa, ricercatrice del Centro degli Studi Strategici. 
 
“Voglio ritornare al mio villaggio, perché è la terra dei miei antenati, ma ho paura perché adesso sono sola al mondo”, ha assicurato Tigist. “Ci sono anche altre donne che hanno perso i loro mariti come me. È terrificante l'idea di ritornare”, ha concluso. 
 
Richard Ruiz Julien, corrispondente in Etiopia di Prensa Latina