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Uno sguardo alla “cubanità”: Perché è tanto imprescindibile Josè Martì?

Chi desidera capire a fondo la nozione dell'essere cubano, sarà inevitabilmente obbligato ad addentrarsi nelle profondità del pensiero di Josè Martì (1853-1895), figura che oggi continua a distinguere con la sua impronta i cammini della nostra identità nazionale. 

 
Il 28 gennaio 1853, nasceva a L'Avana il più universale di tutti i cubani, che sarebbe stato anima e guida del movimento rivoluzionario che ha portato avanti una Guerra Necessaria (1895-1898), che cercava di materializzare quello che non ha potuto raggiungere –nonostante l'eroismo di tutto un popolo - una “Guerra Grande” (1868-1878) od una “Guerra Chiquita” (1879-1880). 
 
Cuba è stato il primo ed il più grande amore di Martì, che ha avvicinato la sua vita ed opera alla creazione di uno Stato-Nazione Sovrana sull'isola. 
 
Nel contesto di questo grande compito di fondare un popolo nuovo, l'Apostolo non solo ha organizzato la Rivoluzione del ‘95, ma ha anche difeso un dover essere del cubano affinché si costituisca nel cittadino modello di una sognata Repubblica Cordiale. 
 
Ed è che precisamente questa nozione -quella di Repubblica Cordiale – che risulta essere una delle grandi contribuzioni al processo di fucina dell'identità nazionale, perché da lei emana un modo inclusivo ed originale di assumere la “cubanità”. 
 
Ciò resta evidente nelle pagine del periodico Patria, vertice intellettuale del Martì patriota, rivoluzionario, giornalista e politico. Attraverso questo mezzo di comunicazione, l'Apostolo abbozza l'ideale di una Repubblica che -senza esclusioni di razza o di classe -, si basi sul diritto riconosciuto ed il beneficio equo per tutti i suoi abitanti. 
 
Si tratta della visione di Martì di “fondare sull'isola (…) un paese lavoratore, equo e duraturo” che sradichi per sempre il modo di vita della Colonia, dunque “il pericolo della nostra società sarebbe quello di concedere troppo all'ostinato spirito coloniale che rimarrà grufolando nelle radici stesse della Repubblica”. 
 
In tali termini, l'Apostolo ricorda che la bandiera della Rivoluzione di energia e concordia “proclama il bene di tutto il popolo, e non il bene esclusivo di una sola classe”, atteggiamento che indica la partecipazione nella vita repubblicana di tutti i gruppi e stati sociali, inclusi quelli meno favoriti e tradizionalmente più oppressi. In effetti, la Rivoluzione che promuove Martì è “per il beneficio equo di tutte le classi”. 
 
In questo senso, afferma che la guerra contro il sistema coloniale cerca tra le altre mete per il paese “l'uguaglianza inevitabile dei diritti dei suoi figli”, allusione che deduce l'uguaglianza del cubano, sia quale sia la sua origine, davanti alla legge. 
 
Inoltre, contro l'indegna esclusione derivata dalla discriminazione razziale ed anche a favore dell'integrazione nella nazionalità cubana della popolazione sia di origine africana come spagnola, Martì dice che “per tutti i cubani, sia che procedano dal continente dove si calcina la pelle, sia che vengano da paesi con una luce più mite, sarà altrettanto giusta la Rivoluzione in cui saranno caduti, senza distinguersi i colori, tutti sono cubani”. 
 
D'altra parte, l'Apostolo sviluppa nel concetto di “Patria”, uno dei pilastri più importanti che lasceranno un’impronta profonda nel processo di conformazione dell'identità nazionale: l'antirazzismo. Al rispetto, un testo midollare come “Mi raza” costituisce un'energica condanna eterna a qualsiasi atto di segregazione basato nel colore della pelle. 
 
Per la posterità, rimarrà inculcata nella coscienza nazionale che “l'uomo non ha nessun diritto speciale perché appartenga ad una razza od ad un'altra: dicesi uomo, e già si dicono tutti i diritti. Uomo è più che bianco, più che mulatto, più che nero, cubano è più che bianco, più che mulatto, più che nero”. 
 
Secondo l'Apostolo, bisogna considerare come cubani quegli stranieri non spagnoli - vincolati con la causa libertaria dell'isola come il polacco Carlos Roloff o il colombiano Josè Rogelio del Castillo, dunque “chi ha aiutato a fare un popolo, è padrone di tutte le sue case”. 
 
Allo stesso modo, questa visione accetta la nozione che un cittadino straniero possa essere “cubano per adozione”. 
 
Cioè, può essere cubano non solo per il luogo di nascita, perché anche senza nascere sull'isola, seguendo questa logica, si può essere cubano per i meriti, il sacrificio ed il sangue brindato nella difesa della patria di accoglienza, che si sente come propria e nella quale si mettono radici. 
 
Il dominicano Massimo Gomez (1836-1905) è magari il più grande esempio dei tanti che hanno avuto le gesta indipendentiste di Cuba nel XIX secolo. 
 
Parlando del dibattito ideologico che si sviluppa come parte del processo di fucina dell'identità nazionale, Martì appoggerà sempre la via legittima che rappresenta l'indipendentismo come espressione piena della “cubanità”, mentre combatterà coraggiosamente contro forme di “cubanità” castrate, personificate in quelli che nonostante siano nati a Cuba non credono in un progetto di nazione sovrana, ed appoggiano quella “tendenza suicida e materialista” che cerca l'annessione agli Stati Uniti, o la “politica insufficiente” del “autonomismo”, che pretendeva perpetuare il legame subordinato dell'isola alla Spagna. 
 
Inoltre, nel piano continentale, la concezione della “cubanità” pensata da Josè Martì rimane ubicata nel contesto della sua appartenenza alla “latinoamericanità” ed in opposizione all'imperialismo statunitense, che per la sua espansione e per il suo carattere rapace, già a quell'epoca, rappresentava un grave pericolo per le terre al sud del Rio Bravo fino alla Patagonia. 
 
In questa congiuntura, la lotta per l'indipendenza di Cuba e Portorico si  rappresenta in una cornice che trascende la sfera regionale, dunque “è un mondo che stiamo equilibrando: non sono solo due isole quelle che andiamo a liberare”, afferma l'Apostolo, che cerca di “evitare, con la vita libera delle Antille prospere, il conflitto non necessario tra un paese tiranno dell'America (gli Stati Uniti) ed il mondo coalizzato contro la sua ambizione”. 
 
Così, di fronte alla storia, il progetto di Martì di “cubanità” si rivela, per eccellenza, indipendentista, repubblicano, democratico, anti-annesionista, anti-autonomista, antirazzista, antimperialista e latinoamericanista. 
 
La “cubanità”, vista da Martì, è amore ed integrazione, non prescrive discriminazione xenofoba, né di razza né di classe sociale, né di nessun altro tipo, è completamente una nazionalità inclusiva, dove tutti possiamo entrare. 
 
La condizione indispensabile è: amare Cuba, lavorare e sentire per lei. È, come dice l'antropologo ed etnologo Fernando Ortiz (1881-1969), mettere nella coscienza le radici di essere cubano e soprattutto, la volontà di volerlo essere. È senza dubbio, l'ideale perenne di una Repubblica “con tutti e per il bene di tutti”. 
 
Jorge Hernandez Alvarez, editore di Prensa Latina